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	<title>Gli italianiIl Grido dell&#8217;Istria e le mani tricolori dei bambini &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Il Grido dell&#8217;Istria e le mani tricolori dei bambini</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 11:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/grido-dellistria-le-mani-tricolori-dei-bambini/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>“L’Istria denuncia: Tito criminale politico”. Così titolava il 28 marzo 1946, a piena pagina, “Il Grido dell’Istria”, il giornale della del CLN istriano, l’organo della resistenza italiana che diverrà sempre più resistenza ai comunisti yugoslavi. Il giornale, i cui redattori e diffusori vennero spesso arrestati, deportati, talvolta uccisi, raccontò con nomi e cognomi i fatti e le cronache della snazionalizzazione e della balcanizzazione dell’Istria, le fughe, i delitti, i processi popolari, le prime ondate dell’esodo fino ad arrivare a quello di Pola, divenuto simbolico per la sua imponenza e anche perché fu l’unico ad essere documentato da filmati e cronache.&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“L’Istria denuncia: Tito criminale politico”. Così titolava il 28 marzo 1946, a piena pagina, “Il Grido dell’Istria”, il giornale della del CLN istriano, l’organo della resistenza italiana che diverrà sempre più resistenza ai comunisti yugoslavi.</p>
<p>Il giornale, i cui redattori e diffusori vennero spesso arrestati, deportati, talvolta uccisi, raccontò con nomi e cognomi i fatti e le cronache della snazionalizzazione e della balcanizzazione dell’Istria, le fughe, i delitti, i processi popolari, le prime ondate dell’esodo fino ad arrivare a quello di Pola, divenuto simbolico per la sua imponenza e anche perché fu l’unico ad essere documentato da filmati e cronache.</p>
<p>Il Grido dell’Istria chiuse per sempre le sue pubblicazioni l’11 febbraio 1947, il giorno dopo la firma del diktat. Sulla testata scriveva “esce dove, come e quando può”: da allora non potè più, ma lasciò al mondo libero una documentazione preziosissima e inoppugnabile di quei giorni cupi.</p>
<p>Nella sua denuncia a Tito elencava minuziosamente i punti su cui si fondava l’accusa al capo yugoslavo ed ai suoi sostenitori: “a) violazione degli usi di guerra; b) oppressioni; c) forme crudeli di tortura; d) delitti comuni compiuti su vasta scala sotto specie politica; e) diffuse confische di beni; f) deportazioni illegali; g) infrazioni alle leggi d’umanità e ai dettami della coscienza pubblica quali sono stati codificati nella IV Convenzione dell’Aja del 1907”.</p>
<p>Ed era davvero quel che stava accadendo nell’Istria sotto l’oppressione yugoslava. Nino Matassi, di Buie, fu scoperto mentre diffondeva il “Grido dell’Istria” la notte di Natale del 1945. Aggredito e bastonato gli urlarono “non arriverai all’anno nuovo!”. Riuscì a nascondersi e a fuggire  gettandosi da una finestra. Poi riparò a Trieste camminando per i boschi e superando il confine nei pressi di Albaro Vescovà. Un mese prima non ce l’aveva fatta il suo amico Giuseppe Bassanese, sorpreso dalla pattuglie titine con addosso un po’ di Lire che cercava di mettere al sicuro in Italia dopo l’imposizione delle yugolire.</p>
<p>Nino raccontò di Tribano, dove la popolazione si era rifiutata in massa di firmare la scheda di adesione alla Jugoslavia. Mia nonna era di Tribano: il censimento austriaco del 1910 indicava che in quel paesino del buiese su 327 abitanti , 322 erano italiani.</p>
<p>Nella Venezia Giulia contesa, in quel secondo scorcio del tragico 1945, gli yugoslavi avevano unito alla violenza snazionalizzatrice un’opera di propaganda e falsificazione che passava attraverso il tentativo di dimostrare che la popolazione volesse davvero essere annessa alla Yugoslavia: e lo fecero con una raccolta di firme pro Yugoslavia che finì però senza raggiungere il risultato voluto.</p>
<p>Le tentarono tutte: a Isola interruppero le proiezioni dei film al cinema imponendo agli spettatori comizi filoyugoslavi, così come fecero nelle fabbriche dove fermavano il lavoro obbligando gli operai a partecipare alle assemblee popolari pro Yugoslavia. Lo raccontarono i dipendenti della Arrigoni, costretti a subirle nella sala di lavorazione del pesce.</p>
<p>A Isola il 3 gennaio del 1946 iniziò il cambiamento, da parte dei poteri popolari, dei nomi delle vie e delle piazze, provvedendo a togliere tutto ciò che riguardava l’Italia e i suoi figli più illustri. E così avvenne a seguito comune per comune, paese per paese.</p>
<p>Intanto venivano fatti sparire i libri anagrafici, bruciati e sequestrati quelli delle chiese, distribuite nuove carte d’identità in cui frequentemente i nomi venivano slavizzati: lo denunciò ripetutamente “La voce libera” che usciva a Trieste, riportando anche una notizia curiosa ma emblematica: “Tra le carte d’imballo di un pescivendolo a Pola un ufficiale alleato ha trovato il verbale delle elezioni comunali di Isola d’Istria svoltesi nel 1921. I consiglieri eletti furono tutti italiani”.</p>
<p>Nel febbraio 1946 le stato Maggiore dell’Esercito Italiano informava che “in Istria continuavano le asportazioni delle lapidi italiane sostituendole con lapidi croate allo scopo di influenzare i lavori della Commissione interalleata”.</p>
<p>Era infatti in programma la visita della Commissione interalleata dei quattro Grandi: si dibatteva allora sulle quattro proposte, americana, francese, inglese e sovietica, di ridefinizione dei nostri confini orientali.</p>
<p>Gli istriani, che invocavano inutilmente il plebiscito, si affidarono in quei mesi alla speranza di poter dimostrare la loro volontà di restare italiani.</p>
<p>Il Grido dell’Istria del 31 gennaio 1946 aveva invitato la popolazione a collaborare con la Commissione: “Siate soprattutto sinceri e onesti. La verità sia detta senza timori. Fate conoscere al mondo che non la vita ma la morte è entrata nelle nostre contrade con l’invasore slavo”.</p>
<p>Ma non fu possibile farlo. E le speranze di quella primavera sfiorirono come i fiori di ciliegio.</p>
<p>Paese per paese, i titini si dedicarono allora a minacciare di morte chi avesse espresso favore verso l’Italia al passaggio della commissione alleata. L’UAIS (Unione Antifascista Italo Slovena) emanò una direttiva (che è ancora conservata al nostro Ministero degli Esteri <em>ndr</em>) secondo cui si doveva “preparare una significativa accoglienza alla Commissione per dimostrare la volontà delle masse lavoratrici di essere annesse alla Yugoslavia federativa e democratica (…)  svolgere  una azione di scritte sui muri delle fabbriche usando motti come vogliamo l’annessione alla Jugoslavia, viva la IV armata liberatrice di Trieste e del litorale sloveno (…)”.</p>
<p>I muri furono riempiti di scritte inneggianti a Tito e alla Yugoslavia, furono abbattuti monumenti e lapidi che testimoniavano l’italianità dell’Istria, furono allestiti archi di trionfo fatti di rami e foglie sormontati da ritratti di Tito e stelle rosse, furono distribuite bandiere yugoslave e nelle scuole si obbligarono i bambini a sventolarle e a cantare le loro canzoni.</p>
<p>Mia mamma mi raccontò di quando nella sua scuola, cacciati dai titini i legittimi professori italiani, una “drugariza” yugoslava, che parlava malamente la nostra lingua, pretese di insegnare ai ragazzi a cantare, sull’aria di “Bandiera Rossa”, una strofa che diceva più o meno così: ”Mi smo pa istrani/ hrvatski pravi” che vorrebbe dire ”Noi siamo istriani/ e croati di diritto”. Nessuno la capiva e quando le chiesero “Signorina cosa vuol dire? “, lei rispose: “No signorina! Compagna! E vol dir che voi se’ istriani e croati”.</p>
<p>Allora gli studenti riposero “non è così” e non parlarono più. E sul suo vocabolario scolastico mia mamma scrisse “Abbasso Tito. Viva l’Italia”: io lo conservo tra le cose care assieme a questa piccola storia…</p>
<p>Quando, a metà marzo del ‘46 la Commissione visitò i paesi dell’Istria, le autorità titine impedirono con la forza agli italiani di potersi esprimere o addirittura di mettere il naso fuori di casa. In compenso mossero gruppi di  contadini sloveni e  croati affinché si facessero trovare con bandiere e cartelli yugoslavi nei centri in cui sapevano la commissione sarebbe passata.  Usarono anche i bambini delle scuole a cui avevano insegnato a gridare viva Tito e alzare il pugno chiuso. Ma quando furono di fronte alle automobili della commissione, i bimbi aprirono i loro piccoli pugni e apparvero i palmi delle loro mani dipinti rosso, bianco e verde. Così accadde a Capodistria, così accadde con le donne di Pirano.</p>
<p>Per i piccoli renitenti furono dolori:  Anita Derin, esule da Capodistria e grande italiana,  mi raccontò di essere stata messa in prigione tre volte quando aveva ancora solo 10 anni.</p>
<p>A Pisino, un biglietto fatto pervenire da una mano anonima ai delegati della Commissione diceva: “Non potendo interrogare i vivi, interrogate i morti”. Ci fu chi capì e chiese di andare a vedere il cimitero ove, come in tutta l’Istria, la stragrande maggioranza delle tombe riportava nomi italiani. Da quel giorno la pulizia etnica iniziò anche nei cimiteri e vennero distrutte a migliaia le lapidi italiane.</p>
<p>A Pola, che a differenza degli altri paesi dell’Istria non era sotto il tallone yugoslavo, ma occupata dagli angloamericani, la Commissione potè ascoltare il rappresentante italiano del CLN. Il professor Attilio Craglietto così parlò: “ Alle popolazioni italiane è tolta ogni possibilità di esprimere liberamente la loro volontà e il loro pensiero (…) Il rilevante numero di esuli provenienti dalle città e dalle borgate istriane testimonia il regime di terrore che regna nei luoghi che hanno dovuto abbandonare (…), entrate nei cimiteri e leggete le epigrafi! (…) Non vogliamo essere annessi alla Yugoslavia, vogliamo rimanere italiani dentro i confini dell’Italia!”</p>
<p>E concluse profetizzando quello che sarebbe accaduto davvero: “ Dichiaro per ultimo, signori della Commissione, che se per disgraziata ipotesi questa nobile terra dovesse essere aggiudicata alla Yugoslavia , noi italiani dell’Istria abbandoneremo la nostra piccola Patria, col cuore sanguinante, ma persuasi di assolvere un triste dovere”…</p>
<p>Così fu. E venne l’esilio.</p>
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