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	<title>Gli italianiLa partita aperta di Trump con la Cina &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>La partita aperta di Trump con la Cina</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2016 17:56:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/la-partita-aperta-trump-la-cina/"><img width="636" height="328" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/11/usa-cina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/11/usa-cina.jpg 636w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/11/usa-cina-300x155.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/11/usa-cina-96x50.jpg 96w" sizes="(max-width: 636px) 100vw, 636px" /></a></p><hr /><p>&#8220;Se una farfalla batte le ali a Pechino, a New York si scatena una tempesta&#8221;. Il vecchio detto &#8211; preso in prestito da Jurassic Park- non è mai stato così vero come nel corso delle ultime presidenziali americane. Il gigante asiatico è stato il vero &#8220;convitato di pietra&#8221; durante il dibattito inaugurale tra il candidato repubblicano Donald Trump e la sfidante democratica Hillary Clinton. Secondo il biondo imprenditore, la Cina ruba lavoro agli americani, manipola la propria moneta per rilanciare l&#8217;export ed è artefice di attacchi hacker sponsorizzati dal governo. Se le minacce con cui Trump ha adulato il proprio&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Se una farfalla batte le ali a Pechino, a New York si scatena una tempesta&#8221;. Il vecchio detto &#8211; preso in prestito da Jurassic Park- non è mai stato così vero come nel corso delle ultime presidenziali americane. Il gigante asiatico è stato il vero &#8220;convitato di pietra&#8221; durante il dibattito inaugurale tra il candidato repubblicano Donald Trump e la sfidante democratica Hillary Clinton. Secondo il biondo imprenditore, la Cina ruba lavoro agli americani, manipola la propria moneta per rilanciare l&#8217;export ed è artefice di attacchi hacker sponsorizzati dal governo. Se le minacce con cui Trump ha adulato il proprio elettorato verranno messe in pratica, una volta effettuato l&#8217;insediamento ufficiale nello Studio Ovale il prossimo 20 gennaio, il 45esimo presidente statunitense provvederà a introdurre tariffe del 45 % sulle importazioni del Made in Cina. Una decisione che il nuovo inquilino della Casa Bianca può prendere indipendentemente dalla volontà del Congresso, ma che gli esperti avvertono non servirà a restituire lavoro agli americani ma semplicemente a dirottare gli importatori verso nuove &#8220;fabbriche del mondo&#8221;, come Vietnam e Malaysia.  Proprio per via delle sue tendenze protezionistiche il candidato repubblicano viene visto con sospetto da Pechino. Stando a un articolo autografato da Isaac Stone Fish apparso su Foreign Policy, alla vigilia dello spoglio l’ipotesi Clinton tranquillizzava i policymaker sostenitori dell’“usato sicuro”.</p>
<p>Nonostante le affilate critiche contro la scarsa osservanza dei diritti umani in Cina e la politica estera assertiva dimostrata dalla candidata democratica ai tempi in cui era Segretario di Stato, la Clinton avrebbe infatti rappresentato, senza grandi scosse, una naturale estensione dell’amministrazione Obama. Quindi “Pivot to Asia” e alleanze strategiche con i rivali asiatici, ma anche maggiore tolleranza verso le politiche economiche e monetarie cinesi, assicurando lunga vita alle sinergie commerciali grazie alle quali lo scorso anno la Cina è diventata il primo partner degli Stati Uniti, scavalcando il Canada. Al contrario, Trump – con le sue minacce protezionistiche – costituisce “un brutto colpo per la governance globale e la globalizzazione” in un momento in cui la crescita cinese, ai minimi dagli anni Novanta, ha assoluto bisogno di cementare quegli scambi virtuosi che nel 2015 hanno raggiunto quota 659,4 miliardi di dollari. Le stesse caratteristiche che hanno permesso al candidato repubblicano di accattivarsi le simpatie del cinese comune – in virtù della sua natura di outsider, presunto anti-establishment, e fautore di un insolito disimpegno dall’Asia-Pacifico dopo decenni di imperialismo a stelle e strisce – creano invece disagio al vertice del potere. “Qualunque sarà l’esito delle urne i problemi sembrano garantiti, tanto per gli Stati Uniti quanto per il mondo”, scriveva giorni fa l&#8217;agenzia di stampa statale Xinhua.</p>
<p>Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Alcuni aspetti del Trump-pensiero sembrano infatti tirare acqua al mulino dell&#8217;espansionismo cinese basato su piattaforme multilaterali inclusive e strategie win-win. Ancora prima dell&#8217;insediamento ufficiale del nuovo presidente interessanti sviluppi sono in corso tra le due sponde del Pacifico. Se tutto andrà come da programma, durante i primi 100 giorni il nuovo governo scardinerà l&#8217;accordo di libero commercio trans-pacifico (Tpp) fortemente voluto da Obama nell&#8217;ambito del &#8220;Pivot to Asia&#8221; a cui ha contribuito enormemente la stessa Clinton da Segretario di Stato.</p>
<p>In questi due mesi l&#8217;amministrazione uscente ha sospeso i suoi sforzi per far passare al Congresso la Tpp &#8211; di cui Pechino non fa parte-, spiegando che il destino dell&#8217;intesa dipenderà dallo stesso Trump e dai parlamentari repubblicani. Fonti governative hanno fatto sapere che Obama tenterà di spiegare la situazione ai leader degli altri 11 Paesi firmatari della partnership la prossima settimana in Perù, quando parteciperà a un summit regionale. Sfruttando lo stallo americano, in questa stessa circostanza, il presidente cinese Xi Jinping rilancerà la propria ricetta per un&#8217;integrazione economica regionale attraverso il doppio binario della Free Trade Area of the Asia-Pacific (FTAAP) e della Comprehensive Economic Partnership (RCEP). Non solo. Stando a quanto riferito da James Woolsey, senior adviser di Trump, la nuova amministrazione potrebbe effettuare un&#8217;inversione a U per quanto riguarda il recalcitrante rifiuto ad aderire all&#8217;Asian Infrastructrure Investment Bank, l&#8217;istituto di credito lanciato da Pechino nel 2013 per accelerare gli investimenti infrastrutturali nell&#8217;Eurasia. Da allora, molti paesi alleati degli States &#8211; tranne il Giappone &#8211; vi sono entrati a far parte e Woolsey ha definito la posizione isolazionista mantenuta da Washington &#8220;un errore strategico&#8221;. In un editoriale apparso sul South China Morning Post, il diplomatico va persino oltre avvertendo che &#8220;anche le nostre differenze ideologiche vanno gestite meglio. L&#8217;impegno americano nel diffondere la libertà è stabile. Eppure la nostra maggiore conoscenza della complessità del sistema politico e sociale cinese ci dice che cercare di sfidarlo è rischioso. Può non piacerci ma non è detto che si debba necessariamente intervenire. Vedo l&#8217;esigenza di un grande compromesso in cui gli Stati Uniti accettino il sistema politico e sociale cinese impegnandosi a non minarlo, mentre la Cina da parte sua ricambi acconsentendo a non stravolgere lo status quo in Asia&#8221;. Ad urne chiuse, non è escluso che, da buon affarista, Trump decida di mollare il protezionismo in favore di un più diplomatico pragmatismo.</p>
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	    	<content:encoded><![CDATA[<hr /><p><a href="https://italianioggi.com/la-partita-aperta-trump-la-cina/"><img width="636" height="328" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/11/usa-cina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/11/usa-cina.jpg 636w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/11/usa-cina-300x155.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/11/usa-cina-96x50.jpg 96w" sizes="(max-width: 636px) 100vw, 636px" /></a></p>]]></content:encoded>
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