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	<title>Gli italianiGli italiani uccisi nelle Foibe vilipesi e umiliati da una sinistra che non vuole fare i conti con la storia &#8211; Gli italiani</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Feb 2018 18:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/le-vittime-delle-foibe-ancora-vilipesi-umiliati-sinistra-non-vuole-conti-la-storia/"><img width="300" height="199" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/foibe.jpe" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/foibe.jpe 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2016/02/foibe-96x64.jpe 96w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p><hr /><p>Era una livida alba del maggio 1945 quando drappelli di uomini armati, il volto devastato dall’odio e la stella rossa ben impressa sul berretto, occupavano le vie d’accesso della città inerme. Le strade erano deserte, le porte sbarrate, le persiane serrate. Brividi di terrore serpeggiavano tra le schiene dei pochi italiani rimasti in angosciosa attesa. Proprio come accade d’inverno, quando il vento soffia gelido e porta con sé, insieme al freddo ruggito balcanico, cupi pensieri e rassegnate malinconie. L’atmosfera era quella, inquietante, di una tragedia annunciata. A metà mattina, dalla retrostante collina calava una lunga colonna di soldati. Silenziosi, arroganti&#8230;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Era una livida alba del maggio 1945 quando drappelli di uomini armati, il volto devastato dall’odio e la stella rossa ben impressa sul berretto, occupavano le vie d’accesso della città inerme. Le strade erano deserte, le porte sbarrate, le persiane serrate. Brividi di terrore serpeggiavano tra le schiene dei pochi italiani rimasti in angosciosa attesa. Proprio come accade d’inverno, quando il vento soffia gelido e porta con sé, insieme al freddo ruggito balcanico, cupi pensieri e rassegnate malinconie. L’atmosfera era quella, inquietante, di una tragedia annunciata. A metà mattina, dalla retrostante collina calava una lunga colonna di soldati. Silenziosi, arroganti nei modi e ripugnanti nell’aspetto, scendevano lenti e circospetti, con le bandiere color del sangue e i barattoli di vernice rossa in mano, pronti a insozzare i muri col loro oltraggioso trionfo. S’insediavano da padroni ovunque, nelle caserme abbandonate, negli uffici deserti, nelle chiese e nelle case lasciate in fretta e furia dagli abitanti atterriti. Mentre la truppa requisiva e occupava, i caporioni stilavano già le liste di proscrizione preparandosi alla barbarica pratica, ormai consolidata a Trieste, a Pola, a Fiume, nell’intera Istria e nella Dalmazia, della pulizia etnica. Quella più spietata e indiscriminata, che mai s’era vista operare con tanta cieca e implacabile ferocia. Trecentocinquantamila tra istriani e dalmati, sopraffatti dalla disperazione, erano fortunosamente riusciti a varcare il (nuovo) confine  patrio per trovare scampo nell’amata Italia. Per quelli che non avevano fatto in tempo a fuggire, gli ordini impartiti dai capi dell’orda non facevano presagire nulla di buono. Bisognava a tutti i costi e con ogni mezzo eliminare le tracce della presenza italiana. Nella nuova Jugoslavia comunista uscita vincitrice dal conflitto ogni minoranza andava soppressa. Specialmente se sospettata di essere fascista. La mattanza avrebbe avuto inizio la notte stessa e sarebbe durata giorni. Tra i tanti finiti risucchiati nel tritacarne slavocomunista uno per tutti, un eroe sconosciuto ai più. Si tratta di Vito Butti, maresciallo responsabile della stazione di Borgomarina (Fiume). Si trovava in casa con la moglie croata e con le figlie. Qualcuno bussa alla porta per avvertirlo che i partigiani titini stanno portando via proprio i finanzieri della locale stazione. Non vi sono esitazioni, non un moto d’incertezza. Forse il pensiero fugace di nascondersi per salvare la pelle gli avrà attraversato la mente per una frazione di secondo. Poi il senso del dovere e la consapevolezza che tutto è perduto tranne l’onore, hanno avuto il sopravvento. Chiede alla moglie l’uniforme d’ordinanza. L’indossa, e prima di uscire l’abbraccia: &lt;Non posso lasciare soli i miei ragazzi!&gt;, dice. Sa cosa l’aspetta. Sa che non tornerà più, ma va incontro al destino come se si recasse a una cerimonia, a una parata. Proviamo a immaginare, con gli occhi della mente e del cuore, il maresciallo Vito Butti nella sua divisa stirata e che gli calza a pennello. Proviamo ad immaginarlo, figura tragica e solitaria &#8211; la grandezza rende sempre l’uomo solo &#8211; che attraversa le strade desolate del borgo incurante degli sguardi ostili o stupiti che lo fissano. Il buco nero della Jugoslavia titina lo inghiotti quello stesso giorno. Fu fucilato il 16 giugno ’45 &#8211; a guerra già finita quindi &#8211; a Grobnico, località dell’entroterra fiumano. Lo stesso luogo dove oltre cento italiani, in massima parte delle forze dell’Ordine, vennero proditoriamente assassinati insieme a lui. Di molti di loro si persero le tracce. Forse finirono con l’essere infoibati dopo avere subito atroci tormenti. Proprio ciò che accadde a migliaia e migliaia di altri sventurati nostri compatrioti istriano dalmati, colpevoli solo di essere italiani. Quindi per forza “fascisti”. Il macabro rituale era sempre lo stesso. A gruppi di cinque, dieci persone legate insieme col filo spinato, vengono trascinati sull’orlo del baratro. Una raffica fulmina i primi, che col loro peso tirano giù gli altri ancora vivi, destinati a una fine ancora più atroce. A Butti lo ritroveranno cadavere, giorni dopo, completamente denudato e col corpo segnato dalle torture più crudeli. Per i comunisti italiani, usi per natura a dileggiare chi mostra un minimo senso di dignità e di valore, era solo un “regnicolo” (era nato infatti in Romagna) venuto al di là dell’Adriatico, in terra d’Istria, in terra d’Italia. E come tutti gli altri che immolarono la loro vita svolgendo fino in fondo il proprio dovere, rimarrà invendicato e dimenticato. Per lui neppure una lapide a rammentare la tragica vicenda che lo vide protagonista. E, nonostante l’istituzione del cosiddetto “Giorno del Ricordo” (il 10 febbraio) su foibe carsiche ed esodo istriano-dalmata, poco o nulla ha marcato la misura del cambiamento. Un esempio su tutti, il penoso sceneggiato televisivo “Il cuore nel pozzo”, dove mai neppure per sbaglio i partigiani titini, assassini infoibatori, vengono chiamati per quello che sono e sono stati: comunisti. Nei giorni scorsi, poi, la data del 10 febbraio ha mostrato il peggiore volto di un paese che non può, non deve e non vuole ricordare. Un paese nel quale Laura Boldrini, terza carica dello Stato, in una pubblica dichiarazione commemorativa ha sbagliato clamorosamente persino la data dell’evento. Un paese che di gente come Vito Butti non sa proprio che farsene. Un paese meschinamente lesto nel dimenticare e mediocre nel rammentare. Del resto nel medesimo giorno della celebrazione delle foibe andava in onda il festival di Sanremo. Un rito imperdibile. Vuoi mettere? Altro che ricordi e memorie. Meglio accendere la televisione di stato per godersi la kermesse, dove molte delle canzoni in lizza parlavano di immigrati. Fregandosene altamente dei drammatici problemi degli italiani di oggi, figuriamoci quindi se può esserci pietà per gli sventurati di quei drammatici giorni del 1945. No. Al contrario dell’ossessivo tam tam riservato al “giorno della memoria”, ormai servito per settimane in tutte le salse possibili e immaginabili, per l’ignobile carneficina giuliano-dalmata perpetrata a guerra bell’e conclusa ancora non esiste una memoria unitaria e condivisa. Una memoria che non può esserci. Perché raccontare come andarono in realtà le cose vorrebbe dire concedere un minimo, umano riconoscimento alle ragioni degli sconfitti e questo per la vulgata resistenziale equivarrebbe a gettare la maschera ed essere obbligati ad ammettere che le ignominie le commisero anche i vincitori. Col rischio di perdere i vantaggi e le rendite di posizione di cui hanno goduto e abusato da settant’anni in qua. E se i vivi non furono uguali, con le loro peculiari emozioni e i sentimenti e le ragioni, i morti non sono da meno. Si può, questo sì, chiedere rispetto, ma senza sperarci più di tanto. Perché fino a quando i guitti, i pavidi e i ciarlatani troveranno nella vanità di indecenti e servili intellettuali ignobili sponde per imbellettare il grugno e lustrare medagliette, la storia, il senso di appartenenza e l’onore da conferire ai nostri connazionali orrendamente trucidati in quei giorni infami finiranno nel trogolo della peggiore delle realtà. Ammonendoci che laddove ogni giorno può essere considerato quello “della memoria”, a Piacenza e a Macerata ci è giunta la conferma che, al contrario, per i giuliano dalmati orrendamente infoibati ogni giorno è buono per essere ancora una volta vilipesi. E senza che nessuno a livello istituzionale abbia avvertito l’obbligo morale non dico di difendere quei poveri nostri sfortunati compatrioti &#8211; per questi pavidi sarebbe davvero chiedere troppo! -, ma almeno di fare in modo che sconci del genere non abbiano più a ripetersi.</p>
<p>Angelo Spaziano</p>
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