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	<title>Gli italianidi MARIO BOZZI SENTIERI &#8211;        Le periferie sono morte? Allora facciamole a pezzi &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>di MARIO BOZZI SENTIERI &#8211;        Le periferie sono morte? Allora facciamole a pezzi</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2020 13:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/mario-bozzi-sentieri-le-periferie-morte-allora-facciamole-pezzi/"><img width="225" height="225" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/04/Mario-Bozzi-Sentieri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/04/Mario-Bozzi-Sentieri.jpg 225w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/04/Mario-Bozzi-Sentieri-150x150.jpg 150w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2015/04/Mario-Bozzi-Sentieri-64x64.jpg 64w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a></p><hr /><p>C’è un’Italia da “ricostruire”. Non è solo quella del dopo Covid19, soffocata dalla burocrazia, dalla crisi economica, dai ritardi di un governo pasticcione, e costretta a fare i conti con un   relativismo etico, che ha reso evidenti   le sue contraddizioni, tra famiglie disgregate, gli  altissimi costi della parcellizzazione sociale, nonni scomparsi, anziani ghettizzati. C’è un’Italia materialmente da “rifare”: l’Italia delle periferie, eredità degradata di una stagione (gli Anni Settanta-Ottanta) del dopo boom, a cui offrì le sue ambiziose “soluzioni abitative” un’architettura imbevuta di ideologia socializzatrice (ispirata dai casermoni d’oltre cortina). Tra le pessime eredità di certa cultura “impegnata”, ma –&#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com/mario-bozzi-sentieri-le-periferie-morte-allora-facciamole-pezzi/">di MARIO BOZZI SENTIERI &#8211;        Le periferie sono morte? Allora facciamole a pezzi</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com">Gli italiani</a>.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un’Italia da “ricostruire”. Non è solo quella del dopo Covid19, soffocata dalla burocrazia, dalla crisi economica, dai ritardi di un governo pasticcione, e costretta a fare i conti con un   relativismo etico, che ha reso evidenti   le sue contraddizioni, tra famiglie disgregate, gli  altissimi costi della parcellizzazione sociale, nonni scomparsi, anziani ghettizzati. C’è un’Italia materialmente da “rifare”: l’Italia delle periferie, eredità degradata di una stagione (gli Anni Settanta-Ottanta) del dopo boom, a cui offrì le sue ambiziose “soluzioni abitative” un’architettura imbevuta di ideologia socializzatrice (ispirata dai casermoni d’oltre cortina).</p>
<p>Tra le pessime eredità di certa cultura “impegnata”, ma – di fatto – “palazzinara” (seppure in alleanza con le immancabili coop amiche),  ci sono anche i quartieri periferici di molte città italiane: monumenti al degrado,  ormai indifendibili perfino da parte di chi li ha voluti, progettati e costruiti.</p>
<p>Ed allora ben venga chi ha deciso di buttarli giù, per poi riprogettare spazi a misura delle effettive esigenze di chi quelle abitazioni dovrà occuparle.</p>
<p>E’ accaduto, qualche giorno fa, a Genova , dove una struttura-simbolo dell’edilizia pubblica degli Anni Ottanta (la cosiddetta “Diga di Begato”, costituita da un muro di  palazzoni, da 15-20 piani ciascuno, per un totale di 521 appartamenti) è stata svuotata dalle ultime 374 famiglie che l’abitavano, trasferite in altre case popolari esistenti in città, per essere  finalmente abbattuta e  fare così posto ad una cinquantina di alloggi distribuiti su palazzine da quattro piani. All’epoca della costruzione di questo autentico eco-mostro  a guidare la città c’era una giunta di sinistra (Psi, Psdi, Pci) organica a quella regionale, a guida social-comunista. Altri tempi per una Genova ex rossa, oggi guidata dal centrodestra, con il Sindaco Marco Bucci, ed una regione dello stesso colore politico, presieduta da Giovanni Toti.</p>
<p>Quel che conta e che va sottolineato, oltre all’indubbio valore amministrativo e sociale dell’operazione di sgombero-ricostruzione, è la sua valenza metapolitica e culturale.</p>
<p>A sostenere la sua costruzione ci fu, all’epoca,  in prima fila, il mondo dell’intellettualità egemone e di sinistra, ancora illusa delle sorti e progressive della sua visione ideologica. Un nome tra i tanti Edoardo Sanguineti, docente di letteratura italiana, poeta d’avanguardia, deputato del Pci, che alla Diga andò ad abitare, convinto – in piena coerenza &#8211;  di vivere direttamente  uno straordinario esperimento di integrazione sociale. In realtà fu un fallimento e proprio per la visione utopistica  che stava alle spalle del progetto: l’idea di creare una comunità coesa, naturalmente disposta a vitalizzare i percorsi comuni (i lunghi corridoi interni), trasformando i moduli abitativi nel regno della società di massa  piuttosto che della personale qualità  del buon vivere.</p>
<p>L’idea – del resto – era tutt’altro che una novità. A fallire era stata già l’esperienza, realizzata negli Anni Cinquanta,  dell’<em>Unitè d’Habitation de Marseille </em>di Le Corbusier, tentativo, tutto ideologico, di frantumare l’architettura tradizionale, con  la disgregazione dell’unità familiare, realizzata attraverso  una ridistribuzione degli spazi finalizzata a favorire la convivialità sociale.</p>
<p>Alla prova dei fatti l’esperienza genovese  non ha retto sul campo, creando, al contrario, forme di disagio, di  emarginazione, di abbandono, a cui, nel corso degli anni, i vari tentativi di riqualificazione urbana non hanno sortito alcun effetto.</p>
<p>Ora, con  l’abbattimento, si pone fine allo scempio abitativo e nel contempo  all’esperimento sociale, guardando – ci auguriamo &#8211;  alla qualità delle nuove  costruzioni, più contenute negli spazi, non massive, lontane da una  logica concentrazionaria di stampo sovietico. E dunque in grado di rispondere veramente ai bisogni di chi li abiterà.</p>
<p>D’altro canto oggi il gigantismo abitativo non funziona più. Né l’idea comunitaria può funzionare senza essere alimentata da una comune identità e da un ordine sociale, in grado di integrare attività produttive, commercio, abitazioni. Com’era proprio dei vecchi borghi e come avveniva, un tempo,  nei centri storici delle città, prima che l’ondata “progressista” li svuotasse. Voltata pagina,  occorre ora  tornare a ripensare alle città e alle aree cosiddette “periferiche” guardando al bene di chi dovrà abitarle piuttosto che agli sperimentalismi ideologici: una formula semplice, ma che diventa strategica non solo a Genova, ma a Scampia, Ostia, Corviale, Pioltello, allo Zen, al Moi di Torino. Qui si gioca un pezzo del futuro d’Italia. Prima a  colpi di piccone e poi per ricostruire,  non solo nuovi quartieri,   ma un po’ di speranza per chi le abiterà.</p>
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<p><strong>Mario Bozzi Sentieri</strong></p>
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