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	<title>Gli italianiPola addio. Il drammatico esodo degli italiani dall&#8217;Istria &#8211; Gli italiani</title>
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		<title>Pola addio. Il drammatico esodo degli italiani dall&#8217;Istria</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Oct 2019 17:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Direttore_Sanzotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="https://italianioggi.com/pola-addio-drammatico-esodo-degli-italiani-dallistria-gli-insulti-dei-comunisti/"><img width="960" height="400" src="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia.jpg 960w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-300x125.jpg 300w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-768x320.jpg 768w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-640x267.jpg 640w, https://italianioggi.com/wp-content/uploads/2019/02/menia-96x40.jpg 96w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p><hr /><p>“Pola addio”. Lo scrissero sui muri, lo gridarono nel vento, lo sussurrarono sotto la neve che imbiancava la città in quell’amarissimo febbraio 1947. Erano gli esuli che lasciavano per sempre la loro dolcissima e indimenticabile città. Un bacio verso la vecchia Arena, lo sventolio dei fazzoletti bianchi, le bandiere tricolori legate al collo, il fischio della sirena della nave “Toscana” e poi via, oltre il mare. Pola era una città spaurita e incredula. Aveva resistito ed aveva sperato. Tutta l’Istria era ormai in mano yugoslava dalla fine della guerra ma lì no, c’erano ancora gli “alleati”, non potevano abbandonarla a&#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com/pola-addio-drammatico-esodo-degli-italiani-dallistria-gli-insulti-dei-comunisti/">Pola addio. Il drammatico esodo degli italiani dall&#8217;Istria</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://italianioggi.com">Gli italiani</a>.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Pola addio”. Lo scrissero sui muri, lo gridarono nel vento, lo sussurrarono sotto la neve che imbiancava la città in quell’amarissimo febbraio 1947. Erano gli esuli che lasciavano per sempre la loro dolcissima e indimenticabile città. Un bacio verso la vecchia Arena, lo sventolio dei fazzoletti bianchi, le bandiere tricolori legate al collo, il fischio della sirena della nave “Toscana” e poi via, oltre il mare.</p>
<p>Pola era una città spaurita e incredula. Aveva resistito ed aveva sperato. Tutta l’Istria era ormai in mano yugoslava dalla fine della guerra ma lì no, c’erano ancora gli “alleati”, non potevano abbandonarla a quel destino…</p>
<p>E invece l’abbandonarono. Nonostante sapessero tutto delle foibe e delle stragi, delle violenze e della snazionalizzazione, nonostante Vergarolla, nonostante il plebiscito mille volte richiesto e sempre negato, nonostante le sue pietre romane e la sua anima italiana.</p>
<p>L’esodo di Pola, divenuto simbolico per l’enormità e la rapidità dello stesso, 32.000 esuli su 34.000 abitanti tra il dicembre 1946 e il marzo 1947, fu anche l’unico che si svolse sotto il controllo angloamericano e proprio per questo unico pure ad essere documentato, con carte, bolli, fotografie e filmati che ancor oggi spezzano il cuore a chi li riguarda.</p>
<p>Il carretto pieno di povere cose, l’addio alla porta di casa, l’ultimo bacio della nonna alla nipotina, il castello di masserizie sul molo Carbon,  il saluto all’Arena e quella pietra presa sotto i suoi archi da portare dall’altra parte del mare, forse del mondo, perché parlasse ancora di Pietas Julia…</p>
<p>Pola, oggi Croazia, duemila anni fa era <em>Pietas Julia</em> e della sua origine romana conserva chiare testimonianze, prima tra tutte l’Arena, costruita all’epoca di Augusto, tra il 2 a.C. e il 14 d.C.,  ingrandita una cinquantina d’anni dopo fino ad essere capace di contenere 24.000 spettatori da Vespasiano, parallelamente alla costruzione del Colosseo a Roma; a Pola ancor oggi si ammirano il tempio di Augusto, l’Arco dei Sergi (la Porta Aurea), le Porte Jovia (Gemina), ed Erculea.</p>
<p>Nell’agro di Pola si trovano le rovine di Nesazio (Nesactium) antica capitale degli Istri, conquistata da Roma nel 177 a. C..  Tra storia e leggenda si narra che il re Epulo, piuttosto che cadere prigioniero dei romani, fece uccidere le donne e poi si suicidò assieme ai suoi soldati trafiggendosi con le spade o gettandosi dalle mura.</p>
<p>Ecco,  descrivendo l’esodo di Pola, come se la storia si ripetesse, qualcuno parlò di un gigantesco suicidio; lo stesso tema è riecheggiato di recente nel pregevole e delicato lavoro di Simone Cristicchi, “Magazzino 18”:  “Ci trovammo di fronte a un bivio: si trattava di scegliere se diventare jugoslavi, o restare italiani. Voi cosa avreste fatto? Risultato: ancor prima del passaggio di consegne della città alla Jugoslavia di Tito, la quasi totalità degli abitanti di Pola, imballarono beni e proprietà, e come in un suicidio di massa, fuggirono verso l’Italia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il poeta gradese Biagio Marin associò l’esodo di Pola all’antica storia di Aquileia: “Migliaia e migliaia di deportati, sotto gli occhi indifferenti degli anglosassoni. Molti i torturati, gli uccisi. Gli italiani erano semplice preda. Che cosa si poteva fare? Salvare le ragioni della vita e dell&#8217;anima per non piangere, per non farsi semplicemente distruggere da gente imbestialita, fuori da ogni legge. E il gesto degli antichi aquileiesi fu ripetuto, con semplicità, con umana dignità, come avviene nelle grandi azioni necessarie. Pola fu abbandonata. E poi Fiume, Rovigno, Parenzo, Pisino, Albona, Cherso, Lussino. Via, via, tutte le altre seguirono l&#8217;esempio”.</p>
<p>C’è un racconto, ricorrente e ossessionante, nei ricordi degli esuli di Pola: il continuo battere dei martelli. Era un inverno freddo quello del ’47 e mentre fuori la neve soffocava ed attutiva ogni rumore, da ogni casa e ogni finestra si sentiva l’ininterrotto battere di chiodi a chiudere le casse. Ad ogni famiglia il “Comitato per l’assistenza all’esodo” distribuì 300 grammi di chiodi, che erano diventati merce preziosa per chi si preparava a partire. Poi le casse venivano numerate, etichettate col nome degli esodanti, portate in riva e qui caricate sul Toscana o sui più piccoli Pola, Grado, Nesazio e Montecucco, le navi dell’esodo: un totale di 200.000 metri cubi di masserizie sbarcate poi tra Venezia, Ancona, Trieste.</p>
<p>In quei giorni fu stampato l’ultimo numero de “Il Grido dell’Istria”, che scolpì col titolo “<em>Finis Histriae”</em> la data della firma del ‘trattato’ di pace, commentandolo così: “10 febbraio. L&#8217;Istria non è più Italia. In una funebre e piovigginosa giornata si è sanzionato il destino di questa terra nobilissima, voluto dalla cinica e criminosa volontà dei vincitori. Per un momento, di fronte allo spaventoso avvenire di questa nostra terra, lo sgomento ci ha assaliti (…) ci ha raggelato il pensiero dell&#8217;Istria destinata a precipitare nella più oscura barbarie. Ma qualcos&#8217;altro c&#8217;era ancora nella nostra anima: la memoria delle innumerevoli vittime di questo maledetto flagello che ha nome Tito abbattutosi sull&#8217;Istria, l&#8217;esempio luminoso di chi per la nostra causa ha sacrificato la vita, la visione delle torture fisiche e morali indicibili di un popolo nobile e fiero. Certi allora di interpretare la sdegnosa ribellione di tutti gli istriani di fronte all&#8217;infame diktat di Parigi che ci toglie la vita ci è apparso chiaro il nostro assoluto dovere: continuare fino alla fine la lotta per la difesa della giustizia e della libertà, nomi troppe volte infangati ma per noi ideali operanti del popolo istriano. Possa soccorrerci la fede dei nostri fratelli e l&#8217;aiuto di Dio”.</p>
<p>E confidando in Dio e nell’aiuto dei fratelli italiani gli esuli partirono, partirono, partirono. Pola  esodò con i suoi avvocati liberali e i suoi tanti operai socialisti, coi suoi professori  e coi suoi cantierini, con i suoi artigiani e con i suoi contadini, vecchi, giovani, bambini…</p>
<p>Portarono via tutto quel che potevano e anche quel che non potevano, pur di di non lasciare nulla: letti, materassi, sedie, tavoli, mobili, attrezzi meccanici e agricoli, quadri, giochi, biciclette, tovaglie, pizzi, sacchetti di terra, fotografie e i ricordi di una vita ma anche le insegne dei negozi, i cartelli pubblicitari, i libri di scuola e delle biblioteche. E la “Divina Commedia”: è lì,  nell’Inferno, che  Dante canta “sì com’a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna”. E poi i morti. Sì, anche i morti non dovevano restare a Pola che diventava yugoslava. Centinaia e centinaia di casse di ossa furono disseppellite e caricate sul Toscana. E infine l’ultimo atto, prima di andar via: in molti chiusero gli infissi e sbarrarono coi chiodi porte e finestre, altri distrussero addirittura i pavimenti e i muri divisori delle stanze pur di rendere difficile il compito a chi veniva a rubare le loro case. E su queste lasciarono scritto: “Pola addio. Viva l’Italia”.</p>
<p>Prima di partire organizzarono con la  Lega Nazionale anche un ultimo veglione di saluto alla città, intitolato “Addio mia bella Pola” in un Politeama Ciscutti interamente pavesato di tricolori.</p>
<p>Il “Gazzettino” di Venezia lo raccontò così: “C’erano tutti. E’ stata la festa più democratica che sia mai esistita. Dal più ricco al più povero, tutti vi erano convenuti, ognuno con la sua coccarda bianco rosso e verde all’occhiello. E  mentre i giovani in platea cantavano gli inni di Pola, i vecchi seduti ai palchi guardavano, cantavano sommessamente ma più che altro piangevano. Poi, a un tratto, qualcuno con una ventina di persone intorno, salito sul palcoscenico, intonò il coro dei Lombardi, e tutti, dopo un poco lo ripresero. Il teatro sembrò scoppiare. L’aria era gonfia di quelle voci nelle quali ognuno riversava la propria passione”. Il Maestro Magnarin diresse così il suo ultimo concerto a Pola; in molti fecero l’alba e fluirono direttamente all’imbarco del Toscana che li attendeva per partire.</p>
<p>Quando, in una città ormai fantasma, spazzata dal vento e imbiancata dalla neve, l’ultima nave carica di profughi si apprestava a salpare, alcuni istriani eressero sul molo un altare e un sacerdote celebrò la Messa: gli esuli assistettero al rito tenendosi per mano e guardando per l’ultima volta Pola ormai deserta. Appena il sacerdote impartì la benedizione alla città, con gli occhi velati dal pianto, si levò da mille bocche, lento e solenne, il canto del “Va’ pensiero”: era l’ultima dedica a quella “Patria sì bella e perduta” che lasciavano per sempre.</p>
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